Trust Talks n.1 - 30 anni di Trust in Italia, outlook della prof. Paola Manes

Introduzione alle TrustTalks

L’Italia ha ormai una esperienza trentennale null’uso dei trust. Lo Studio Paolo Gaeta lancia la serie podcast Trust Talks, con l’obiettivo di condividere con i maggiori esperti italiani e internazionali le esperienze maturate fino ad oggi e per comprendere usi e applicazioni dei trust oltre le prospettive di sviluppo del wealth management.

Questa e le prossime Trust Talks le potrete trovare nel sito www.studiogaeta.com .

Introduzione alla prof.ssa Manes

Per il nostro primo podcast sui trust abbiamo come ospite la prof.ssa Paola Manes, ordinaria di diritto privato presso l’Università di Bologna, profonda conoscitrice del diritto dei trust è avvocato con esperienze in studi di consulenza italiani e inglesi, docente del King’s College di Londra e ricopre l’incarico di amministratore indipendente di UnuolRec.


Trascrizione podcast:

Professoressa Manes qual è il bilancio degli ultimi trent'anni dalla data di recepimento della convenzione dell'Aia sul riconoscimento dei trust del 1989.

 

Il bilancio è sicuramente un bilancio in attivo. È un bilancio positivo. L'ordinamento italiano ha mostrato, almeno nei due formati di giurisprudenza e accademia grande consapevolezza. Sono stati fatti tanti passi avanti, anche in forza del ruolo pretorio e creativo, consapevole di una giurisprudenza che ha lavorato molto, che ha studiato molto, anche molto guidata dall'accademia. Non si può dire altrettanto del legislatore, salvo un intervento di cui oggi si chiede l'estensione omnibus, cioè del trust dopo di noi che è quindi nei voti oggi dell'attuale disegno di legge, il legislatore non si può dire lo stesso. Ci sono stati vari tentativi, questi tentativi mutilavano di volta in volta il trust della sua componente vitale, cioè di quella obbligazione fiduciaria che consente al trustee di perseguire l'interesse dei miei ufficiali nel modo ottimale. Quindi siamo in una stagione di grande consapevolezza, di grande maturità. La dottrina e la giurisprudenza del nostro ordinamento ha mostrato di poter andare a testa alta a confronto con il common layers, che è un grande risultato, senza avere alcuna sudditanza. Forse oggi attraversiamo una nuova stagione nella quale siamo arrivati alla consapevolezza per cui può esistere una versione della fiducia, quindi della declinazione fiduciaria, della gestione dei diritti nell'interesse altrui, anche autonoma rispetto al modello unico del trust. Questa è, secondo me, una fase due rispetto agli anni necessari di consapevolezza che la restrizione della convenzione dell'Aia ci ha portato ad avere. 

 

Benissimo. Ma oggi nel mondo di cosa si parla quando si parla di trust? Secondo lei esiste un principio di sostenibilità della regola giuridica? 

 

Le grandi questioni che oggi attanagliano ed occupano nei grandi tribunali  internazionali, quelli sostanzialmente che rispondono ad un modello che convenzionalmente chiamiamo trust internazionale, si dibattono sostanzialmente sullo "scontro"  tra i beneficiari che esigono la realizzazione e l'attuazione dei propri diritti e che quindi vogliono dal trustee che questi diano loro i beni che ritengono loro dovuti e il trustee che anche per istinto di autoconservazione, hanno apportato ad una " usura" di alcune norme pur confezionate in modo pregevole. Le leggi del modello internazionale hanno occupato i migliori cervelli che sui temi della fiducia e dell'equity potesse il mondo offrire. Queste regole, quindi sono giuridicamente di altissimo livello, sono molto pregevoli, non è detto che però conseguano come invece è la prima finalità di una regola giuridica dei risultati equi e dei risultati di giustizia sostanziale. Questo è un problema perché ci troviamo di fronte alla paradossale situazione nella quale i beni in trust si consumano in forza delle liti che sul trust si sono azionate. Questo è evidentemente una eterogenesi dei figli. Evidentemente un risultato assolutamente iniquo, è un risultato che contrasta gli intendimenti del legislatore che aveva studiato quelle norme e confezionate in modo così perfetto, quindi va cambiato radicalmente. Credo che ci troviamo di fronte a questa esigenza, rivedere il sistema giudiziale della tutela dei diritti, far sì che la tutela non sia così costosa e lunga, quindi non imponga dei procedimenti giudiziali esangui per gli stessi beneficiari, perché questo è un risultato che contraddice la stessa sostenibilità dell'istituto. Dobbiamo chiederci queste norme, pur confezionate in modo perfetto, sono sostenibili o il loro costo sociale è diventato talmente alto da pregiudicare la giustizia sostanziale? Se questo è vanno cambiati 

 

In tema di sostenibilità, in qualche modo si aggancia al tema della sostenibilità. È forse quello dell'ambiente nel quale si muovono oggi le imprese nel quale lavorano i manager sempre più competitivi e minacciosi. Le sanzioni per i manager abbiamo visto anche in questi giorni sono sempre più alte. Si parla di scudi penali, ma c'è anche un tema di scudi patrimoniali. Quindi c'è un bisogno inascoltato dell'ordinamento di queste categorie. 

 

Ecco, avrei voluto vedere più coraggio nei tanti tentativi che il legislatore italiano ha fatto mettendo mano alla disciplina del trust. Avrei voluto cioè vedere una rivisitazione che ponesse definitivamente i dogmi legati alla universalità della garanzia patrimoniale, considerando la sua parcellizzazione una evoluzione, una norma che si adegua ai tempi. La parcellizzazione della responsabilità patrimoniale è un dato di realtà e a questo deve rispondere l'ordinamento con norme efficienti ed efficaci. Non è possibile che prima di assumere un incarico il manager o il professionista, quindi ciascuno di noi sia spaventato dalla mole non gestibile, dal carico di responsabilità, a cui si espone di provare in giudizio, comprovate volte con prove diaboliche, una sua mancanza di responsabilità. Esattamente come quando, mutatis mutandis, Mario Draghi o chiunque voglia ricoprire un incarico si debba aspettare legittimamente una sterilizzazione di interessi in conflitto con il proprio patrimonio, forse è venuta l'epoca di pensare che chi assume incarichi professionali debba poter essere tranquillo perché al riparo con i propri beni personali, da responsabilità che sono potenzialmente illimitate quanto a misura e che nessun patrimonio ordinario riesce a coprire. Abbiamo visto che nel decreto sviluppo c'è  un importante tributo al patrimonio destinato proprio in soccorso di alcune operazioni finanziare importante, ecco perchè non pensare, per esempio, che questo bisogno dei professionisti e dei manager sia un bisogno legittimo che farebbe svolgere meglio l'incarico cui questi sono chiamati perché altrimenti poi l'escamotage  comunque si trova con strumenti deteriori, con strumenti che impoveriscono, l'ordinamento e lasciano davvero sacchi impunità e irresponsabilità. 

 

Il tema è molto interessante. Ma proprio seguendo questa linea, secondo lei qual’è un outlook per i prossimi dieci anni nell'utilizzo del trust in Italia e nel mondo internazionale?

 

Vedo uno iato piuttosto significativo, ma non per questo negativo, c'è tutta un'area sulla gestione della ricchezza familiare, rivenienti o meno da impresa di qualunque misura, perché anche questo è un mito da sfatare. Il trust non è un'operazione necessariamente che si attaglia soltanto a patrimoni ingenti. Quindi vedo questa area ben coperta dal modello attuale del nostro trust interno o nella versione contrattuale, che il contratto di affidamento fiduciario ci consegna nel nuovo disegno di legge. Molto ben fatta molto. Vedo una coperta che può coprire bene questo bisogno. Tutto quel bisogno che risponde a quel well planning e ai bisogni di famiglie e imprese nel passaggio generazionale. Vedo però un'altra area sulla quale c'è tanto ancora da fare, che è quella in cui forse il legislatore si potrebbe impegnare, e cioè quello della rivisitazione alle fondamenta della responsabilità patrimoniale in vista di una corresponsione, di una mitigazione e quindi di un bilanciamento equo tra responsabilità e incarico che si assume. In questo contesto, forse questo iato potrebbe essere quindi, diciamo il trait d’union tra questi due mondi apparentemente incomunicabili, potrebbe essere dato proprio da questa nuova versione civilistica della nostra fiducia consapevole, radicata nella nostra tradizione giuridica. Perché non dimentichiamoci che prima che ci fosse il trust, c'era un'area di diritto comune che univa gli ordinamenti civilistici a quelli di Common law, dove il minimo comun denominatore era la fiducia. Dobbiamo recuperare quella eredità. 

 

Grazie moltissimo alla professoressa Paola Manes, ordinaria di diritto privato all'università di Bologna. Grazie per aver partecipato a questo nostro podcast. 

 

Potete ascoltare le altre TrustTalks sul sito www.studiogaeta.com, per contatti diretti con i nostri esperti inviate una mail a info@studiogaeta.com

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